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Savino Cossidente

- Luogo di nascita: Lavello (PZ)
- Provincia: Potenza
- Decorazione: Medaglia d’Oro al Valor Militare
- Scheda ufficiale: Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia
Il Carabiniere Cossidente Savino di Michele e di Garofalo Michela, nacque a Lavello il 23 marzo 1916 e crebbe in un ambiente familiare puro e di elevati sentimenti civili e patriottici. Egli manifestava sempre pensieri nobilissimi e di grande amore per la Patria che aspirava di servire con piena dedizione. Confidava spesso questi suoi sentimenti al valoroso fratello Mauro, maggiore di lui, il quale fu per undici anni in terra africana e combattè quale tenente radiotelegrafista seguendo S.A. Reale il Duca d’Aosta fino all’Amba Alagi ove fu catturato con l’onore delle armi. Appena ebbe compiuto i 18 anni, fece domanda per essere arruolato nell’Arma dei Reali Carabinieri. Aveva compiuto gli studi elementari e, animato da tenace volontà di apprendere, si preparò poi privatamente per formarsi una cultura degna delle sue aspirazioni. Nel frattempo lavorò come caposquadra presso i lavori di bonifica del Locone. I suoi, a Lavello, hanno lasciato intatta la stanzetta ove Egli la sera, dopo una giornata di lavoro, si raccoglieva a leggere ed a studiare. Fu tra i più appassionati giovani della GIL, intelligente, coraggioso, fedele. Egli fu particolarmente felice quando giunse la notizia che era stato assunto nell’Arma Benemerita nella quale si adoperò, con tutte le sue forze, per essere degno della tradizione dell’Arma fedele ed eroica.
Fu inviato in Africa Orientale dove si prodigò senza sosta nei pesanti servizi di polizia e di sicurezza. Fu destinato col suo collega Vincenti alla dipendenza della Tenenza di Debra Sina che aveva, nella propria circoscrizione, il fortino di Marme-refià (Scioa A.O.I.). Recatosi alla Tenenza di Debra Sina insieme con il suo collega Vincenti, fu invitato dal proprio Ufficiale il valoroso capitano Zaccardi a rimanere sul posto prima di iniziare il lungo tragitto, a dorso di mulo, in zona montana fino a Marmerefià anche perchè vi era la quasi certezza che si sviluppassero delle febbri avendo subite quel giorno le iniezioni antitifiche ma egli, col collega Vincenti, chiese ed ottenne di partire perchè era indispensabile la loro presenza in quanto si aggirava sul luogo il capo dei ribelli Taferrà Degnò seguito da una forte scorta di armati onde vi erano serie preoccupazioni per la sicurezza del presidio.
Il suo Comandante, primo Capitano Ferdinanzo Zaccardi, così ebbe a riferire intorno al glorioso episodio:
Nel gennaio 1940, durante le trattative per la pacificazione della regione dello Scioa (A.O.I.) il capo ribelle Taferrà Dagnè fece atto di sottomissione alle Autorità’ italiane con circa duecento armati. Tale decisione valse al Taferrà la considerazione di traditore da parte del più grande capo ribelle Abebè Aregai che fu in trattative diversi anni col governo generale dell’A.O.I. senza mai sottomettersi. Nel marzo dello stesso anno, tre sottocapi del Taf erra Degne disertarono con 150 uomini per cui a quest’ultimo ne rimasero solo una trentina. Si seppe, poi, che non aveva disertato anch’egli perchè Abebè Aregai gli aveva fatto conoscere che, se voleva riabilitarsi, avrebbe dovuto impossessarsi e portargli armi automatiche e munizioni di un presidio italiano. Nel frattempo, la Autorità Politica Regionale trasferì il Taf erra Dagnè con tutti i suoi uomini a Marmarefià per insediarlo come capo dei distretti di Coot e di Caia.
La stazione di Marmerefià, impiantata appena da qualche mese, era costituita dal Brigadiere Sabatini, Comandante, dai Carabinieri Nazionali Cossidente Savino e Vincenti Mariano, da sei zaptiè coloniali e 100 gregari di banda fedele all’Italia. Il Taf erra fu fatto accampare nel fortino di Marmerefià, cioè nello stesso recinto in cui si trovava la casermetta dei Carabinieri. Il Comandante della Stazione dell’Arma, non avendo fiducia in Taferrà Dagnè, non voleva ospitarlo nel fortino con i suoi e, tanto meno, armarlo ma in seguito ad ordine superiore dovette recedere dalle sue decisioni. Sia il capo che i suoi seguaci furono armati nei primi di luglio.
Il mattino del 20 dello stesso mese, il Comandante della Stazione con due militari coloniali e 60 gregari di banda partì alla volta di Debra Sina per tradurre 20 detenuti. Al presidio del fortino rimase il Carabiniere Cossidente con quattro zaptie e circa 40 gregari. Il Carabiniere Vincenti rimase a letto in camerata colpito da febbre. Il Carabiniere Cossidente stava scrivendo una lettera piena di entusiasmo e di fede ai suoi famigliar! (che oggi è conservata nel Museo Storico dei Carabinieri) mentre si tratteneva nell’ufficio. Della situazione approfittò il Taferrà Dagnè il quale, entrato in ufficio con i suoi uomini, tentò subito di impadronirsi della mitragliatrice e delle cassette di munizioni. Prontamente reagì il Cossidente che, da solo, impegnò con gli assalitori, benché disarmato, una strenua lotta. Colpito da tre pallottole non cedette e tentò con tutte le sue forze, il recupero della mitragliatrice e di una cassa di bombe a mano sulla quale si gettò disperatamente bagnandole del suo sangue generoso. Tentò di aprire la cassa delle bombe con tutte le forze rimastegli tanto che si trovarono, sotto le sue unghie, schegge di legno della cassetta, ma colpito nuovamente a bruciapelo da una fucilata che gli spappolò orrendamente la regione ascellare destra e da due pugnalate vibrategli alle spalle, cadde nel suo sangue. Al rumore della lotta il Carabiniere Vincenti Mariano saltò dal letto e con due zaptiè e tre gregari cercò di portare aiuto al Cossidente ma essi furono sopraffatti dal numero degli assassini. Caddero in quella occasione gli zaptiè Alemù Seium e Tesfai Fantù, i Buluc-b-basci Chebbedè Chessesè ed i Gregari di banda Chelil Uoldechiros, Aptegabriel Iridale, Assamanò Uolderegai; rimasero gravemente feriti altri quattro fedeli e due mogli di gregari le quali, incuranti del pericolo, incitavano ed aiutavano alla lotta i familiari fedeli all’Anna. Altra donna, pure moglie di gregario, Golette les, impossessatasi di un fucile aprì il fuoco contro i rivoltosi. Il ferito Assamanò morì poco dopo per le ferite riportate.
Il Carabiniere Vincenti venne decorato di Medaglia d’Argento al V.M.
Al Carabiniere Cossidente venne decretata la Medaglia d’Oro al V.M. con la seguente motivazione: «Distaccato con pochi uomini in un fortino isolato, mentre trovavasi solo ed inerme nell’ufficio del Comando di Stazione, aggredito di sorpresa da un capo ribelle, da poco sottomessosi, che, capeggiato dai suoi gregari, gli intimava la consegna delle armi e munizioni in dotazione all’ufficio, anziché desistere da una lotta impari e senza speranza, si rifiutava, con ferrea risoluzione, di aderire all’intimazione e preferiva opporre agli aggressori l’epica audacia del suo cuore intrepido. Ingaggiava lotta corpo a corpo. Tre volte ferito da arma da fuoco non si arrendeva e, mentre cercava raggiungere in un ultimo sforzo le casse delle munizioni per impedirne l’asportazione, cadeva colpito da pugnalate, vittima purissima del suo eroico attaccamento al dovere. Marmarefià (A.O.I.) 20 luglio 1940».
La visione di questo magnifico Carabiniere, solo nel deserto, che preferisce affrontare una lotta senza speranze, deciso a morire pur di compiere intero il proprio dovere, illumina di bellezza e di esempio mirabili la già tanto luminosa via percorsa dai Carabinieri d’Italia.
Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.




