Associazione Nazionale Combattenti e ReduciVisita il sito nazionale combattentiereduci.it ↗
Michele D’Angelo

- Luogo di nascita: Rionero in Vulture (PZ)
- Provincia: Potenza
- Decorazione: Medaglia d’Oro al Valor Militare
- Sezione ANCR: Sezione di Rionero in Vulture
- Scheda ufficiale: Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia
Il Capitano D’Angelo Michele, di Donato e di Elisabetta Giordano, nacque a Rionero in Vulture il 30 agosto 1868 e morì in combattimento a Derna, il 3 marzo 1912.
Entusiasta della vita militare, fu ammesso alla scuola militare di Modena nell’ottobre 1888 e l’anno seguente passò all’Accademia militare di Torino. Nominato Sottotenente di Artiglieria nel settembre 1892, ebbe la promozione a Tenente il 7 agosto 1894 con destinazione 25° Reggimento da Campagna. Trascorse un breve periodo a La Spezia alla 7a Brigata da Costa. Con la promozione a Capitano, avvenuta nell’agosto 1907, fu destinato prima alla Direzione di Artiglieria di Venezia e poi assunse il comando di una Batteria del 1° Reggimento da Campagna.
Appena dichiarata la guerra Italo Turca egli chiese insistentemente di andare in Africa ma non fu accontentato onde, assai accorato, scriveva ai fratelli: «Non sono stato tra i fortunati ma sarà per dopo!».
Egli amava la batteria con tenerezza grande, aveva cura dei suoi cannoni come di tante creature che gli fossero state affidate. Spesso lo si vedeva carezzarli, allontanarsi e ritornare per guardarli. Quando giunse finalmente l’ordine di partire fu felicissimo e scrisse ai fratelli in Rionero in Vulture: «Cercate di tenere calma la mamma! In alto i cuori! Viva l’Italia». Partì il 26 gennaio 1912 sul piroscafo «Verona» diretto a Derna, al Comando della 15a Batteria di rincalzo alle truppe che già vi si trovavano. Venne immediatamente impegnato per difendere le fortificazioni contro le quali gli arabo-turchi, comandati da Enver Bey, sferravano ripetuti attacchi sempre contenuti dalla decisa resistenza delle nostre truppe. L’accanimento che portavano le truppe nemiche era quanto mai insistente e deciso. Un attacco, appoggiato da intenso tiro di artiglieria, sferrato dai nemici contro il fortino Lombardia portò ad una lotta intensa. Quando sembrava che il nemico fosse stato respinto, altri attacchi più vigorosi e più insistenti si verifica vano. Gli arabo-turchi, dopo gli avvenimenti di Sciara-Sciat, si illudevano di poter conseguire una pesante vittoria e non lesinavano nè uomini nè mezzi. Nella fase cruciale del combattimene, che ebbe sempre inusitata violenza mentre gli arabi sorgevano da tutte le parti, il Capitano D’Angelo, con la batteria Boselli, dopo di avere ridotto al silenzio l’artiglieria nemica, dovette concorrere con la fanteria a respingere un nuovo attacco che diventava sempre più massiccio ed insistente. Con grande accorgimento ed intuito tattico, spostò i pezzi in avanti per eseguire un più efficace tiro soprattutto contro le fanterie avanzanti a pochi metri e contro le quali ordinò un nutrito fuoco a mitraglia. Rimasto quasi senza munizioni e caduti molti dei serventi, regolò egli stesso il fuoco di ciascun pezzo fino a che non si giunse all’arma bianca nella quale fu di esempio a tutti. Scaricati i colpi della sua rivoltella, raccolse il fucile di un Caduto e si battette con leonino coraggio incitando i suoi artiglieri, accorrendo ove essi erano in maggiore pericolo e mostrando una decisione, un’agilità ed un disprezzo della morte che servirono a rincuorare i soldati. Egli invitava tutti a resistere fino all’ultima goccia di sangue ed il suo energico incitamento giungeva a tutti i suoi artiglieri contribuendo così al favorevole esito della battaglia. I suoi artiglieri, che lo amavano come padre, ascoltavano, senza tentennamenti, i suoi inviti ed accorrevano intorno a lui in una lotta che assunse, in certi momenti, un calore di ferocia perchè, soprattutto gli arabi, manovravano con decisione e malvagità le armi anche contro i caduti.
Il comunicato ufficiale della Sua fine dice che egli volle rimanere sui pezzi fino alla morte. Il Corriere della Sera del-1’11 marzo 1912 scrisse che egli, benché ripetutamente ferito, sentendosi presso a morire, ebbe la forza di trascinarsi fino ad uno dei suoi cannoni abbracciandolo mentre il nemico cercava di colpirlo ancora. Un delicato e vibrante esempio di devozione e di attaccamento lo diede, anche in quel momento, il Tenente Boselli il quale, benché attinto da due colpi di lancia, vedendo che si cervava di infierire contro il suo Capitano, gli fece scudo del suo corpo cadendo trafitto. Anche il Tenente Boselli nob. Rodolfo, da Modena, venne decorato di Medaglia d’Oro per l’esempio dato di eroica fermezza e di profondo attaccamento al suo Comandante. Tutta la stampa italiana parlò insistentemente del suplime coraggio di questi eroici ufficiali e l’Italia sentì tutto l’orgoglio e la fierezza di avere nel suo Esercito soldati così valorosi. Gli artiglieri superstiti della batteria soffersero moltissimo per la morte dei due ufficiali e specie del Capitano D’Angelo che li aveva trattati sempre come figli, aveva avuto per tutti una parola buona ed un incoraggiamento, che sapeva farsi obbedire amandoli e che in ogni gesto della sua vita civile e militare dava continua prova di comprensione e di tenerezza. Una buona parola detta al momento giusto riesce a dare frutti copiosi ed incredibili.
Al Capitano D’Angelo venne conferito la Medaglia d’Oro alla memoria (B.U. 1912 pag. 1022) con la seguente motiva- zione: «Esemplarmente intrepido e sereno, diresse l’azione delle sue batterie a protezione di fanterie in avamposti, respingendo violenti attacchi del nemico che era riuscito a portarsi a brevissima distanza dai pezzi. Sostenne eroicamente il combattimento finché cadde colpito a morte in mezzo alla batteria ( verna 3 marzo 1912)».
Rionero in Vulture, madre di valorosi, giustamente orgogliosa di tanto Eroe e di tutti i suoi Caduti per la Patria, volle che le benedette spoglie del Capitano D’Angelo fossero trasferite nella tomba di famiglia. La nobilissima richiesta fu accolta e la salma di questo grande Soldato passò, sovrana, per le vie della fiera città tra la commozione e l’ossequio generale.
Nella piazza principale del paese è stato eretto un bel monumento all’Eroe al quale è stata intitolata anche la Caserma del Comando di Artiglieria di Belluno. La motivazione della Medaglia d’Oro vi è ricordata su una lapide in bronzo perché sia di incitamento e di esempio agli artiglieri d’Italia.
Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.




