Oreste De Gaspari

DE GASPARI ORESTE

Il Generale Oreste De Gaspari nacque a Potenza il 10 dicembre 1864 da Marcello e da Adelaide Speroni. Apparteneva alla Parrocchia di S. Gerardo. Il padre abitava nella strada S. Carlo ed era giudice istruttore presso il Tribunale di Potenza. La famiglia è di origine ligure. Frequentò la scuola militare di Modena e ne uscì diciottenne Sottotenente nel 53° Fanteria. Promosso Tenente nello stesso Reggimento disimpegno la carica di Ufficiale di Ordinanza del Tenente Generale Dal Verme. Promosso Capitano fu destinato al 2° Reggimento Bersaglieri e partecipò con una Compagnia alla spedizione in Cina ove, in un delicato momento sostituì il suo Comandante di Battaglione momentaneamente assente ed ebbe un ENCOMIO SOLENNE per la risolutezza spiegata nell’occupazione e per essere accorso prontamente a sostenere i militari più impegnati a Scian-Hai Kuan. Rimpatriato, si distinse per sprezzo nel pericolo nel portare soccorso ai terremotati di Calabria e di Sicilia nel dicembre 1908. Promosso Maggiore comandò un Battaglione al 12° Bersaglieri. Con la promozione a Tenente Colonnello fu destinato al 2° Bersaglieri in Roma. All’inizio della guerra contro l’Austria ebbe il comando del 138° Fanteria che condusse brillantemente all’attacco di Monte Sei Lusi il 10-14 novembre 1915. Fu decorato di Medaglia di bronzo perchè, comandante di un Reggimento di Fanteria, con questa opera assidua, energica e pure di fede, seppe infondere nelle truppe dipendenti disciplina e spirito combattivo e di tale efficace opera raccolse i frutti nella prima operazione in cui il Reggimento fu chiamato ad agire ai suoi ordini, operazione che riuscì felicemente e nella quale egli dimostrò perizia e coraggio che contribuirono decisamente al buon successo nell’attacco.

Promosso Colonnello prese il Comando del 14° Reggimento Bersaglieri che fu duramente impegnato per 52 giorni nella nota e violenta «operazione punitiva» che il velenoso nemico dell’Italia, Maresciallo Von Conrad, aveva accuratamente preparata. Fu gravemente ferito perdendo, tra l’altro, tre dita della mano sinistra e fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare con la seguente motivazione: «Comandante di un Reggimento di Bersaglieri ne curò lodevolmente la preparazione morale, ne diresse valorosamente la vittoriosa azione in numerosi combattimenti per un periodo di 52 giorni finché, mentre incurante di ogni pericolo si trovava in prima linea con due suoi battaglioni, fu doppiamente e gravemente ferito. Sempre in tutto mirabile esempio di virtù militari ai suoi dipendenti. Altipiano dei Sette Comuni, 24 rnaggio-6 luglio 1916)».

Nei duri combattimenti fu suo valoroso collaboratore il Capitano dei Bersaglieri, Pietro Stolli, di Avigliano di Lu cania che riportò numerose ferite e fu decorato di Medaglia d’Argento al Valor Militare; ancora oggi porta nelle sue carni tre pallottole nemiche che non è stato possibile estrarre. Egli, incurante di una ferita ad un piede, alla testa della Compagnia conquistava un tratto di forte trinceramento avversario. Respingeva, poi, energicamente, insistenti contrattacchi del nemico che veniva volto in fuga.

De Gaspari, benché mutilato, volle, dopo la nostra ritirata sul Piave, ritornare alla fronte dove ebbe il comando della Brigata Como con la quale decisamente arginò l’attacco nemico sul Monte Solarolo. Promosso Generale chiese l’ordine di comandare il 1° Raggruppamento d’assalto con il quale si distinse prima nella zona del Grappa e poi sul Piave. Diede prova di tale coraggio da essere ammirato dagli stessi valorosi.

L’azione decisiva sul Piave, iniziatasi il 24 ottobre ed estesa a tutto l’Arco Alpino, fu genialmente ideata dal Generale Diaz. La parte centrale delle nostre truppe attaccanti doveva puntare su Vittorio Veneto e dividere in due le forze austriache che si trovavano sugli altipiani e sulla pianura. Il cuneo centrale doveva essere formato dai Corpi d’Armata del Generale Di Giorgio (XXVII), del Generale Vaccari (XXII) e del Generale Gandolfo (Vili). Il Corpo d’Armata del Generale Basso (XVIII) restava di riserva. La punta del cuneo di rottura era rappresentata dal Corpo d’Armata d’assalto che fu detta la punta acciaiata dell’attacco. Il Generale Caviglia scrisse che «per le qualità di decisioni, di volontà, di impulso e di audace intelligenza era un organismo di guerra eccezionale. Non si potevano trovare truppe di rottura migliori di quelle». Il Generale De Gaspari fu di esempio a tutti nella decisione, nel coraggio, nella intelligenza dell’azione. Fu decorato di Medaglia d’Oro con la seguente motivazione: «Comandante di due Gruppi di Assalto rinforzati con elementi di Artiglieria e Genio, li condusse risolutamente al di là del Piave e raggiunse, con precisa manovra, gli obbiettivi assegnatigli. Durante un grave contrattacco nemico spiegò la più grande energia manovrando con intelligente opportunità le provate sue truppe. Nel momento più critico dell’azione, quando maggiormente ferveva la lotta, fu alle sue schiere simbolo di indomito eroismo e di inflessibile forza di comando. Dominando, con fermissimo imperio, le sanguinose vicende del combattimento, non appena possibile riordinò le truppe per la ripresa dell’attacco, che condusse a completo compimento. I suoi arditi, nella gioia della vittoria, provarono la fierezza più grande alla quale potessero aspirare: quella di vedere impersonati nel loro Comandante il valore insigne ed i fulgori di eroismo che la battaglia aveva richiesti. (Falzè di Piave, 27-28 ottobre 1818)». Fu poi in Tripolitania. Successivamente combattè con i suoi Arditi nel 1920 in Albania. Ebbe poi il Comando delle truppe della Cirenaica conseguendo notevoli successi. Rimpatriato, comandò la Brigata Roma. Fu poi collocato a riposo per limiti di età.

Gli austriaci avevano dei sanguinari reparti di Arditi che i nostri soldati chiamavano gli scannatari perchè penetravano di sorpresa nelle trincee dopo lunghi appostamenti poi, con un pugnale ricurvo sul tipo di quello usato dai bulgari, recidevano la gola dei soldati. Erano comandati dal malfamato Cadetto Smith che beffardamente, dopo l’azione, si allontanava gridando: «Cadetto Smith vi saluta». In un attacco notturno di sorpresa alla ridotta avanzata Kucli nei pressi di Tolmino, si imbattette in un vigilante reparto del 95° Fanteria comandata dal Tenente G B. con il quale ebbe un violento corpo a corpo e vi rimise la pelle. Gli altri assalitori caddero o furono catturati.

I nostri Arditi furono costituiti dal Colonnello G.A. Bassi il 29 luglio 1917. Erano tutti volontari e duramente preparati ad azioni di fuoco anche pericolosi. Andavano all’attacco a coppie. Se uno cadeva si riuniva senz’altro ad altro ardito rimasto senza commilitone. Portavano il moschetto a tracolla ma non lo usavano mai all’attacco che veniva effettuato a colpi di bombe a mano e di pugnale. Erano meravigliosi e sublimi nell’azione ed erano oggetto di ammirazione da parte degli stessi valorosi.

Dopo l’insuccesso di Caporetto, il popolo italiano si galvanizzò. Gli Ospedali si vuotarono dei feriti che accorsero alla fronte a difendere il suolo d’Italia calpestato dal nemico. I militari in convalescenza o in licenza, rinunziarono al riposo e tornarono ad impugnare le armi mentre venivano mobilitati i ragazzi diciottenni e diciannovenni del 1898 e 1899. Il dolore della sconfitta fu cocente ma anziché avvilire e mortificare accese gli animi, riscaldò i cuori, rafforzò le fedi vacillanti, diede coraggio ai pavidi, volontà agli incerti, decisione a tutti i soldati. Il popolo si era ridestato. La mamme facevano partire i figli per la guerra benedicendoli e stimolandoli. Il popolo italiano aveva ritrovato le antiche energie e le ferme decisioni. Fu tutto uno slancio irrefrenabile. Fu una gara a servire la Patria. Gli stessi disfattisti, che prima facevano mettere nelle lettere dirette al fronte i malfamati cartellini «questo inverno non più in trincea!», a mezzo degli stessi loro rappresentanti al Parlamento, ritrovarono nel fondo del cuore la voce imperiosa e solenne della Patria e gli stessi rappresentanti pronunziarono alla Camera, taluno piangendo, discorsi di incitamento alla resistenza, di sprone alla vittoria al grido di Viva l’Italia. Le domande per l’ammissione negli Arditi si moltiplicarono e dai piccoli gruppi reggimentali si passò alle Brigate, alle Divisioni ed ai Corpi d’Armata di assalto che furono impiegati prima della grande vittoria un pò da per tutto, a Col del Rosso, a Col d’Echele, a Monte Vaibella, a Montecorno, a Cima Zigolan, a Cima Presena, al Passo dei Monticelli, a Caposile, a Fagarè, sul Montello. Furono costituiti anche Reggimenti di Arditi di Bersaglieri, Fiamme Cremisi; di Alpini, Fiamme Verdi; di Finanza, Fiamme Gialle. Il 26-27 maggio, una Brigata di Bersaglieri Arditi fu impiegata a Caposile sul Piave per provarne la capacità di rottura: si doveva fare un’azione di modesta importanza ma i Bersaglieri penetrarono per oltre 750 metri nelle linee nemiche. Numerosi, fino all’incredibile, al di sopra delle umane forze, gli episodi di valore. Memorabile è rimasto quello di Poldo Pellas la cui Medaglia d’Oro trovasi presso la Sezione di Avigliano di Lucania essendo la sorella, Pina Pellas-Gianturco, l’unica superstite di questa superba famiglia di Eroi.

Le perdite subite dagli Arditi sono state, in percentuale, le più alte subite dall’Esercito Italiano. Nella battaglia del Montello, 1’87% degli Arditi cadde ma i superstiti furono una valanga irresistibile. Gli Arditi rappresentarono il terrore degli austriaci e molto si deve a questi valorosi circa la disgregazione del nemico che si determinò nelle battaglie del Piave ad opera loro.

E’ un vero peccato che queste sublimi, eroiche truppe, dotate di eccezionale coraggio, decise nell’azione, indifferenti alla morte, nutrite di immenso amore di Patria, siano oggi completamente dimenticate.


Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.

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