Francesco De Rosa

Il Maggiore Francesco De Rosa nacque a Potenza nel 1853. Era figlio dell’avv. Nicola De Rosa, di Venosa cugino di Venceslao De Rosa, padre dell’Avv. Giulio. Aveva un fratello Magistrato che perdette la vita nel terremoto di Casamicciola. La madre fu Elisabetta Palese.

Ufficiale subalterno nel 1° Reggimento Artiglieria da Campagna, frequentò la Scuola di Guerra di Torino. Capitano nel 1883, fu alla direzione di Artiglieria di Torino e poi al 10°, al 18° ed al 24° Reggimento Artiglieria da Campagna. Nel 1895 fu promosso Maggiore. Dopo un lungo ed apprezzato servizio in Eritrea, dove tenne per due anni il Comando di un reparto, fu rimpatriato. Con la promozione a Maggiore, avvenuta il 15 ottobre 1895, volle ritornare in Colonia. Si imbarcò il 14 gennaio 1896. In Eritrea gli venne affidato il Comando di una Brigata di Artiglieria a tiro rapido.

Nella Colonia si è intanto accesa una lotta che gli sarà fatale.

Il 21-12-1893, il Colonnello Giuseppe Arimonti sconfigge, presso Agordat, diecimila dervisci.

Il 17-7-1894, il Generale Barattieri con 2600 uomini occupa Cassala e poi sconfigge Ras Mangascià che lo aveva attaccato con 15.000 uomini mentre egli ne aveva a disposizione solo 3.600. Insegne il nemico e lo sbaraglia a Senafè mentre il Maggiore Ameglio, che poi ebbe a distinguersi tanto in Libia, sconfigge gli abissini a Debra Ailà. Contemporaneamente l’eroico Maggiore Toselli sconfigge i ribelli comandati da Halai. Fu un succedersi di imponenti affermazioni delle nostre truppe in Colonia.

Preoccupato dal successo delle armi italiane, Menelich si dispone ad attaccare le basi italiane di accordo con Ras Mangascià e con gli altri capi tribù. Il generale Barattieri, che era anche Governatore dell’Eritrea, avverte il Governo italiano delle intenzioni degli abissini. Vengono inviati, in Eritrea, alcuni battaglioni di rinforzo. Intanto, ad Amba-Alagi, il 7 dicembre 1895, si compie il sacrificio dell’eroico Maggiore Toselli il quale, con il suo battaglione, resiste a 30.000 nemici comandati da Ras Makonnen. Il contegno eroico della truppa e del Maggiore Toselli fu tale che Menelich dispose che egli venisse seppellito nella chiesa dell’Amba, onore riservato solo ai più grandi Eroi. Nello stesso periodo avveniva il sacrificio del Colonnello De Cristoforis Tommaso, vaiolassimo Comandante, il primo decorato di Medaglia d’Oro nelle campagne coloniali; egli, nella Valle di Dogali, presso Saati, accerchiato col suo battaglione da molte migliaia di abissini, oppose una strenua resistenza. E’ assai significativo e degno sempre di rispettosa ammirazione, il seguente episodio: caduti tutti gli Ufficiali e quasi tutti i suoi uomini, rimasto solo con 12 superstiti, nel pieno della lotta, ordinò di presentare le armi ai Caduti e poi, con la rivoltella in pugno, si lanciò contro il nemico cadendo trafitto da numerosi colpi di lancia. Intanto il Maggiore Giuseppe Galliano veniva decorato di Medaglia d’Oro al V.M. per l’esemplare condotta tenuta il 21 dicembre 1893 ad Agordat ove sconfisse varie migliaia di dervisci inseguendoli per lungo tratto. Il Maggiore Galliano fu anche l’eroico comandante della leggendaria difesa del Forte di Makallè: fu decorato di una seconda Medaglia d’Oro.

L’eroismo dimostrato dagli Ufficiali e dai militari di truppa in queste campagne, creò una luminosa tradizione militare italiana che fu oggetto di serie preoccupazioni nella stampa francese ed inglese, sempre pronta a denigrare ed offendere l’Italia.

In previsione dell’attacco, in massa, degli abissini, il generale Barattieri, premurato anche dalle sollecitazioni del Governo, pensò di attaccare il nemico e dispose un piano che, se non fosse stato sconvolto da un fatale errore, avrebbe portato certamente alla vittoria. Egli divise le truppe, come risulta dalla relazione ufficiale, in tre colonie: a destra, il generale Dabormida; al centro il generale Arimondi, a sinistra il generale Albertoni; alla riserva il generale Ellena con le batterie a tiro rapido comandate dal Maggiore De Rosa il quale aveva alla sua dipendenza il Capitano Fabri con la prima batteria indigena, il Capitano Henry con la sezione di indigeni, il Capitano Bianchi ed il Capitano Masotto con due batterie da montagna.

Nella fatale giornata del 1° marzo 1896, il primo a raggiungere l’obbiettivo stabilito fu il Generale Albertoni che arrivò sul Colle Chidane Meret molto prima dell’alba. Le guide avvertirono detto Generale che il Colle occupato si chiamava Enda Chidane Meret e non Chidane Meret che si trovava a circa sei chilometri più innanzi presso Abba-Garina. L’equivoco fu fatale perchè la colonna Ellena, che doveva essere di riserva, si trovò improvvisamente impegnata in prima linea. A causa dell’errore ricordato, il Generale Albertoni mentre si trovava in movimento, venne sorpreso ed attaccato dalla massa degli abissini. La brigata Dabormida, inviata per disimpegnare quella di Albertoni venne sviata, sempre a causa del gravissimo errore, nel Vallone di Marian Sciavitù e si incontrò con l’esercito di Ras Makonnen. Il cozzo delle due brigate fu formidabile. Ufficiali e militari di truppa gareggiarono in sublimi atti di valore che ancora oggi commuovono. I generali Dabormida ed Arimondi caddero da Eroi. Pur nella confusione di così disordinata battaglia, il Maggiore De Rosa fu esemplare per la prontezza e decisione del suo intervento, sempre efficace. Senza un attimo di esitazione egli diresse, fino all’ultimo momento, il fuoco delle sue batterie, sparando anche a zero e solcando le orde nemiche di vuoti paurosi. L’artigliere lucano Luigi Rado, riferì che il Generale Albertoni, alla cui dipendenza venne a trovarsi, in quella confusione, la batteria De Rosa, visto che l’eroico Maggiore stava per essere circondato, ordinò al Tenente Moltedo di correre da lui, a spron battuto, perchè cessasse il fuoco e si ritirasse ma l’eroico Maggiore De Rosa, dopo di avere abbracciato il Tenente Moltedo, gli disse: «io di qui non mi muovo e resterò fino all’ultimo per difendere le mie batterie». E le difese davvero fino all’ultimo, a colpi di pistola. Fu trovato riverso ucciso su uno dei suoi cannoni. Il nemico, ammirato della eroica resistenza della batteria volle, su desiderio di Menelich, che quattro cannoni fossero messi davanti al palazzo imperiale. Quando, circa quarantanni dopo, le nostre truppe occuparono l’Abissinia, i quattro cannoni vennero ritrovati all’ingresso del palazzo imperiale; su di essi era stato scritto: BATTERIA DEL MAGGIORE DE ROSA.

Nella cruciale e tremenda giornata caddero anche il Colonnello Romero, il Colonnello Airaghi, il Ten. Col. Galliano, l’eroe di Makallè, il Maggiore Prato, il Maggiore Baudoin, il Capitano Rossini, il Capitano Cella, il Capitano Bianchini, il Capitano Masotto, ed i Tenenti Albino e Grue, tutti decorati di Medaglia d’Oro al Valor Militare.

In quella fatale giornata, erano di fronte 14.500 italiani con 56 cannoni ed 88.600 abissini con 42 cannoni.

Le perdite del nemico furono assai più gravi tanto che in un primo momento lo stesso Menelich credette di aver perduto la battaglia e dispose il ripiegamento delle sue truppe

Le nostre perdite ascesero a 5.500 uomini fra cui 254 ufficiali compresi i generali Arimondi e Dabormida, come si è ricordato. I prigionieri furono 2.ZOO, tra cui lo stesso generale Albertoni.

La notizia della disfatta di Adua fu accolta in Italia con grave disappunto. Gli italiani ne soffersero molto ma, dai soliti disfattisti, furono organizzati dolorose e mortificanti manifestazioni, durante le quali si sentì ripetutamente gridare: «Via dall’Africa! abbasso l’Esercito!». E fu gridato «Viva Mendichi». E’ incredibile ma dolorosamente vero ! ! ! La stampa francese e russa non ebbe ritegno di mostrare la propria soddisfazione per l’insuccesso italiano mentre la stampa inglese e tedesca manifestarono apertamente la loro solidarietà con l’esercito italiano; anzi l’imperatore di Germania incaricò il suo Ambasciatore a Roma di comunicare ufficialmente la propria solidarietà con l’Italia.

La Russia e la Francia, alla vigilia della battaglia di Adua, avevano mandate armi, munizioni, cannoni ed ufficiali a sostenere il Negus contro l’Italia. Due reduci della battaglia, Zaccagnino Vito di Avigliano, cinque volte ferito, e Albano Savino, di Pignola, mi confermarono personalmente quanto era stato scritto in vari volumi, e cioè erano chiaramente visibili gli ufficiali di artiglieria francese (pantaloni rossi e giubbe turchine) dirigere il fuoco contro le truppe italiane.

Quarantanni dopo, Adua venne più che vendicata e tutta l’Abissinia venne occupata in solo sette mesi nonostante le pessimistiche previsioni dei francesi, degli inglesi e di altri Stati Maggiori di eserciti stranieri. Il Negus fuggì in esilio. Malauguratamente, nel 1942, le nostre colonie vennero perdute a causa della infelice conclusione del secondo conflitto mondiale.

(N.B. Un ampio e preciso resoconto delle vicende politiche e militari della battaglia di Adua, si può leggere in Cilibrizzi -Storia parlamentare eco. Vol. II” – pag. 569 e segg.).

Potenza ha onorato la memoria dell’eroico Maggiore De Rosa intitolando al suo nome la Caserma del Distretto Militare ed una via della Città.


Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.

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