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Orazio Petruccelli

- Luogo di nascita: Potenza (PZ)
- Provincia: Potenza
- Decorazione: Medaglia d’Oro al Valor Militare
- Sezione ANCR: Sezione di Potenza
- Scheda ufficiale: Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia
Il Tenente Orazio Petruccelli nacque a Potenza il 19 aprile 1914 da Vincenzo e da Eleonora Correale. La sua giovinezza fu serena. Studiò con impegno al Ginnasio-Liceo di Potenza e si laureò poi in Economia e Commercio. Generoso fino al sacrificio della vita, appena quindicenne salvò un giovane sconosciuto che stava precipitando nel vuoto. Aveva un grande trasporto per l’Arma dei Carabinieri nella quale, appena possibile, si arruolò. Ammalatosi gravemente dovette abbandonare la vita delle armi ed entrò, come funzionario, nella Banca d’Italia in Napoli. Scoppiata la guerra non potette resistere al richiamo della Patria e volontariamente si arruolò nei Carabinieri, quale Sottotenente. Chiese subito di essere destinato nella zona di guerra. Nel frattempo dava continua prova del suo coraggio durante i bombardamenti anglo-americani. Il 23 marzo 1943 partiva per Cefalonia. Era sempre di esempio a tutti nei momenti più difficili e più pericolosi tanto che i suoi Carabinieri avevano per lui la deferenza imposta dalla disciplina e l’affetto vivo che si ha per un fratello maggiore poiché egli trattava tutti con comprensione , con dignità e con affetto. Per questo i suoi Carabinieri non vollero mai lasciarlo neanche nelle ore più tragiche e dolorose. All’indomani della infausta data dell’8 settembre, il Presidio di Cefalonia venne a trovarsi in una condizione drammatica: o cedere le armi ai tedeschi o accettare il combattimento. Quasi tutti pensarono all’Onore Militare che sarebbe rimasto offeso da una consegna delle armi ai tedeschi ed accettarono l’impari lotta che si svolse sulle alture di Hieramis. Fu un combattimento duro e doloroso. Il Sottotenente Petruccelli era chiamato a tamponare, col suo plotone, tutte le falde che si verificavano nella linea di difesa. Quando i suoi fedeli gli suggerivano di salvarsi perché tutti gli ufficiali sarebbe stati poi fucilati, egli rispondeva: «coraggio, ragazzi, per la Patria si vince o si muore» mantenendo cosi intatta, con il suo Capitano Casco, la nobile tradizione dell’Arma.
Prima che si iniziasse il duro combattimento che si protrasse per alcuni giorni, egli compì un atto, che, da solo, caratterizza la grandezza d’animo e l’indomabile coraggio di questo valoroso Ufficiale. Dopo l’armistizio i tedeschi avevano ammainato la bandiera tricolare ed issata, sul pennone del comando, quella tedesca lasciando a guardia della bandiera un reparto in armi. Orazio Petruccelli non ebbe esitazione: con pochi uomini che aveva a portata di mano andò vicino al pennone, ammainò la bandiera tedesca e, fatti rendere gli onori militari al tricolore, lo innalzò personalmente sul pennone tra l’ammirazione della popolazione civile e la sorpresa dei tedeschi che non osarono intervenire in un gesto di una bellezza epica, di una luce splendente, di una sublimità ideale meravigliosa.
Dopo l’accanita resistenza, Egli, con gli altri ufficiali, cadde prigioniero. La Divisione Acqui, alla quale apparteneva, fu distrutta con implacabile ferocia nonostante che i prigionieri fossero tutti disarmati. E’ questa una pagina assai buia dell’esercito tedesco che, non avendo la forza e la capacità di catturare gli autori del mortificante armistizio, compiuto slealmente a sua insaputa dalle Autorità italiane del tempo, si vendicava con dei nobilissimi soldati che avevano fatto, puramente e semplicemente, il loro dovere fucilandoli. Fu decorato, il valoroso tenente Petruccelli, di Medaglia d’Oro al V.M. che fu consegnata, in Roma, il 5 luglio 1949, nella Caserma Legnano, alla moglie Iolanda Schifani Cortini. Potenza e Roma hanno onorato l’Eroe intitolando al Suo nome, come ha fatto anche Napoli, alcune strade. Potenza ha dato il suo nome alla Caserma dei Carabinieri ed il Liceo-Ginnasio gli ha intitolato un’aula. Nella Caserma dei Carabinieri di Potenza, cui i genitori dell’Eroe hanno donato la Bandiera tricolore; una lapide in marmo ricorda integralmente la motivazione della bella Medaglia d’Oro che è questa: «Petruccelli Orazio Comandante di plotone Carabinieri della Divisione Acqui» «si rivelava tra i primi, accesi e tenaci assertori della lotta contro il tedesco a Cefaionia. Mentre perduravano ancora le trattative, sfidando un picchetto armato tedesco – sorpreso da tanta audacia – ammainava la bandiera germanica issata oltraggiosamente dal nemico nella piazza di Argostoli, innalzando nuovamente la bandiera italiana. Durante l’aspra e sanguinosa battaglia, sempre presente dove maggiore era il pericolo, confermava in ogni circostanza il suo militare ardimento, trascinando con l’esempio i suoi uomini ad epica lotta. Catturato dai tedeschi e sottoposto a fucilazione, affrontava la morte con fierezza e dignità di soldato. Fulgido esempio di fedeltà alla Patria ed attaccamento al dovere». (Cefaionia – Grecia -, 8-24 settembre 1943).
L’Arma Benemerita, con una meravigliosa costanza, incastona stelle luminose sul Suo cammino di dovere e di gloria.
(dal Giornale d’Italia del 6 giugno 1950)
Rare volte tanta luce di fede e di amore nella Patria irradiò la fronte di un Eroe, in una purezza ideale così alta e sublime, come quando Orazio Petruccelli votava la sua vita al sacrificio supremo. Poiché vi sono eroismi ed eroismi: quelli che sono il suggello di un disprezzo della vita, di un coraggio personale che non conosce misura e quelli che vogliono affermare una Fede, consacrare un Ideale, ricordare un principio superiore di Verità attraverso l’annientamento materiale della propria persona che diventa così la portatrice ideale di una fiaccola inestinguibile ed entra nella schiera degli Apostoli. Nel fervore della battaglia anche il solo spirito di conservazione può suggerire atteggiamenti e manifestazioni tali da dare il titolo di Eroe a chiunque ma quando la lotta non urge e si espone la propria vita a morte certa, freddamente, per divinizzare la propria Fede, si entra nella sfera della immortalità.
Orazio Petruccelli, laureato, idolatrato dalla famiglia, ammogliato da poco, professionalmente sistemato, felice nella sua casa e nel suo lavoro, non tollerava la comoda vita codarda mentre la Patria era in guerra e volle parteciparvi. Andò nei Carabinieri come Ufficiale: Egli sapeva che gli Alamari di Argento non sono un distintivo ma un atto di fede: metterli sulla propria divisa significava votarsi al Dovere ed al Sacrificio in nome di una possente tradizione che ogni giorno si arricchisce di luci, di purezza e di martirio per consolidarsi sempre più tra l’ammirazione e la gratitudine del Popolo Italiano. Va a Cefalonia e combatte da leone. Si ammala ma cede il posto sull’ultimo aereo che viene in Italia al Capitano dei Carabinieri Dott.Bianco Felice che ne ha urgente bisogno. Quando 1’8 settembre butta gli italiani nel più oscuro disorientamento, nella più profonda angoscia e segue l’inizio di quella incommensurabile tragedia che brucia il cuore dei buoni soldati d’Italia, Egli non discute, non parteggia per alcuno, per Lui non c’è che il Dovere, non brilla che la luce della Patria da mantenere incontaminata. Quando lo straniero, nella Piazza di Argostoli, ammaina la Bandiera italiana per sostituirla con la propria e vi lascia un picchetto armato di guardia, Egli raduna un pugno dei suoi Carabinieri e solo, in una bellezza sublime, sale sull’antenna, abbassa l’altrui bandiera, bacia quella della Patria lontana e la rimette su sul pennone, in alto, nel cielo, al sole, bella, luminosa, affascinante e lo straniero, amico diventato nemico, sbalordito ed ammirato di tanta audacia e di così nobile gesto, non ha la forza di reagire. Poi combatte instancabile, benché malato e febbricitante; quando tal volte le ultime resistenze italiane, si sa che la sorte di tutti gli Ufficiali è segnata ed i suoi Carabinieri lo pregano di mettersi una loro giubba perchè solo così potrà salvarsi, Egli li ringrazia, li bacia, bacia i suoi alamari e dignitoso, fiero, romanamente cade con i cinquemila di Cefalonia in una giornata buia che coprirà di una macchia indelebile di disonore la storia militare dei tedeschi che confusero il loro giusto risentimento per una alleanza tradita con lo sfogo bestiale, inutile e cruento contro soldati che avevano compiuto onoratamente e solamente il loro dovere.
Il gesto di Orazio Petruccelli è irradiato di luce divina: lo conoscano e lo ricordino tutti i Carabinieri d’Italia e vedranno come da Scapaccini, a Lordi, a Petruccelli, a d’Acquisto, da Palestra a Podgora,, da Culquabert a Cefalonia, la storia dei soldati d’Italia e la tradizione dell’Arma Benemerita non hanno discontinuità ma consacrazione.
Noi vediamo questa sovrana Creatura della nostra terra, questo magnifico Ufficiale dei Carabinieri, questo nostro caro, dolce, buono Orazio Petruccelli, non per terra, tra i suoi commilitoni schiantati dalla mitraglia infame nella strage codarda ed inutile, ma in alto, in alto, nell’azzurro del cielo, accanto al Tricolore, alla Bandiera della Patria amatissima, da lui rimessa su di una antenna ideale ed immortale, ad ammonire, ad insegnare, a guidare le nuove generazioni.
La bella Caserma dei Carabinieri di Potenza se fregiata del Suo nome; era intitolata a Mario Pagano, altra sublime figura di questa nostra terra buona e generosa. Non è una sostituzione, è una continuazione, è il cambio delle vedette della Patria che vigilano sul nostro destino, è la scolta dei più puri combattenti che si integra, rinnova, rifiorisce e rincalza, è la linfa dei generosi che rifluisce eterna nelle arterie del nostro Paese perchè non invecchino e per dare vibrazioni più possenti alla nostra torpida vita quotidiana ed aneliti e speranze di vita migliore.
Con questi esempi, la Patria nostra non può, non deve perire.
Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.




