Associazione Nazionale Combattenti e ReduciVisita il sito nazionale combattentiereduci.it ↗
Nicola Russo

- Luogo di nascita: Rionero in Vulture (PZ)
- Provincia: Potenza
- Decorazione: Medaglia d’Oro al Valor Militare
- Sezione ANCR: Sezione di Rionero in Vulture
- Scheda ufficiale: Gruppo Medaglie d’Oro al Valor Militare d’Italia
Il Generale Russo Nicola nacque a Rionero in Vulture il 22 ottobre 1897 da Giovanni, commerciante, e da Farano Caterina. Frequentò le scuole medie inferiori presso l’istituto Tecnico di Melfi e le scuole normali a Lacedonia. Chiamato alle armi nel 1917 fu inviato sul fronte Albanese per frequentare il corso Allievi Ufficiali di Complemento. Completato il corso, conseguì il grado di aspirante Ufficiale nel maggio 1918; per le sue ottime attitudini, conseguì dopo due mesi la nomina a Sottotenente e, l’anno successivo, quello di Tenente combattendo in Albania, proprio nel Reggimento di Artiglieria da campagna nel quale aveva trovato gloriosa morte il suo concittadino, Capitano Giulio D’Angelo, caduto a Derna e decorato di Medaglia d’Oro al V.M. Congedato nel 1920 partecipò vittoriosamente al concorso per esami di Insegnante e, nello stesso anno, vinse il concorso ad Ufficiale in servizio permanente dell’esercito.
Egli aveva una vera e propria vocazione per il servizio delle armi: austero nel comportamento, severo con se stesso, buono e comprensivo con gli umili, con un sentimento del dovere portato fino allo spasimo egli divenne presto un Ufficiale esemplare tanto da essere destinato, come Tenente, a Persano quale insegnante nella scuola Allievi Sottufficiali di Artiglieria. Promosso Capitano fu trasferito all’110 Artiglieria da Campagna ad Alessandria e poi a Novi Ligure. I suoi dipendenti lo amavano e lo rispettavano ad un tempo perchè egli era, per i suoi militari, un consigliere paterno ed affettuoso e, nell’esercizio del Comando, era rigido con se stesso pagando sempre di persona.
Volontario prese parte alla campagna d’Africa per la conquista dell’impero. Con la colonna del Generale Santini partecipò alle azioni di Adrigat, Macallè. Amba Alagi, Quoram e Dessiè. In detta campagna seppe meritare due Croci di guerra al V.M. Nel giugno 1938 fu destinato alla campagna di Spagna. Promosso Maggiore ebbe il comando del 1° gruppo del 52° Reggimento Artiglieria della Divisione «Torino» con il quale prese poi parte alla 2a guerra mondiale combattendo ,sia in Balcania che sulla frontiera occidentale e sul fronte russo ottenendo altre due Croci di guerra al V. M. con le seguenti motivazioni:
«Comandante di un gruppo di Artiglieria, instancabile ed ardito, nel corso di una violenta azione nemica, vista colpita una sua batteria da intenso fuoco che provocava vittime tra i serventi, intervenne prontamente e personalmente infonderido calma e coraggio ai suoi artiglieri. Già distintosi per spirito combattivo e per sprezzo del pericolo». (Dijemka-Rikowo, settembre 18 dicembre 1941). «Comandante di un gruppo di artiglieria, nel corso di un contrattacco nemico, dirigeva con calma il fuoco delle sue batterie ed accorso dove più si profilava una pericolosa minaccia, incitava con l’esempio e con la parola i propri dipendenti, ponendo egli stesso in azione un’arma automatica». (Mala Orlowka, 26 dicembre 1941).
Col consueto valore combattette poi sul Don con decisione e coraggio. Durante il ripiegamento disposto dai Comandi superiori, sostenne continui combattimenti. In uno di questi, più accanito degli altri, fu catturato prigioniero. Fu Una prigionia assai dura e pesante ma essa rivelò le eccezionali qualità di soldato di questo magnifico italiano. La prigionia, oltre ad essere ragione di privazioni fisiche e di attività spesso umilianti è il crogiuolo nel quale si prova la tempra dello spirito umano. I più si avviliscono, si mortificano, logorano la loro anima nella delusione, nel dolore, nell’indolenza, nel subire tutto e tutti e portono in giro il loro corpo come se fosse diventato una carcassa umana senza più scopo, senza speranze, senza alcun alimento dello spirito passando così dal fervore appassionato ed ardente della lotta all’avvilimento distruttore ed all’annientamento più accentuato mentre altri, dallo spirito di roccia viva, materiato di dignità, di fermezza e di carattere, affrontano la diversa ed impari lotta, durano fermamente nel loro comportamento di fierezza e finiscono con l’imporsi allo stesso nemico. Per una di quelle oscure manifestazioni dello spirito umano, quanto più alto è il grado dell’ufficiale prigioniero tanto più sottile, accanita, perversa, insidiosa e malvagia è l’opera dei custodi che si trasformano in veri e propri aguzzini: è facile cogliere sui loro volti il sorriso di scherno, lo sguardo bieco ed irritante, il far finta di non sentire le domande che vengono fatte e le risposte amare e spesso offensive. Vi è chi si rassegna come se gravasse sul suo animo – una cappa di piombo impenetrabile oltre la quale non potesse passare un raggio di sole e vi sono altri che vanno sempre a schiena diritta, guardano negli occhi gli interlocutori, ribattono con energia e con autorità ogni parola od atteggiamento irrispettoso ed a poco a poco si affermano anche davanti agli occhi del nemico. La prigionia è un calvario assai duro e doloroso che solo gli spiriti forti sanno sopportare con fierezza e dignità. Uno di questi fu il Tenente Colonnello Russo che non tollerava alcun atteg giamento ingiusto od irrispettoso, pronto a pagare con la vita la difesa della propria dignità nella quale egli vedeva la dignità stessa del proprio Paese, l’Italia. Fu così che egli incitava gli esitanti, confortava i sofferenti, ridestava le coscienze assopite, ricordava a tutti che attraverso il comportamento di tutti e di uno solo di essi, il nemico doveva imparare a rispettare l’Italia. Era instancabile, inesauribile nell ‘argomentare ; esemplare nel contegno, forte e dignitoso anche quando ebbe ad ammalarsi gravemente lino a subire la enucleazione di un occhio. Volle che la delicata e dolo-rossima operazione venisse fatta senza anestesia sia generale che locale: dalla sua bocca non uscì un lamento imponendosi così agli stessi sanitari ed al personale addetto alla camera operatoria.
L’Ufficiale deve essere sempre un esempio come soldato e deve essere profondamente, altamente uomo. Ma la prigionia divenne dolorosa ed aspra quando alcuni nostri connazionali, indegni di essere chiamati tali, cominciarono l’opera di delazione contro i loro fratelli di sventura. Una delle vttime di queste anime oscure e sporche fu il Colonnello Russo che continuava, instancabile, a sollevare gli spiriti ed a mantenere alto l’amore per la Patria lontana. La prigionia è una prova dolorosa ma grande perchè la disciplina si rallenta e mancano tutte le condizioni per mantenere l’ordine ed imporre a tutti la dignità necessaria.
Il Colonnello Russo era un pò il padre di tutti: italiani, sloveni, rumeni e tedeschi. Nei primi tempi lo si chiamava col grado che Egli rivestiva ma poi tutti, a poco a poco, cominciarono a chiamarlo «Zio Nicola» ed Egli ne era anche contento perchè così sentiva che tutti si avvicinavano maggiormente a lui.
Sia Franco Donati nel Corriere Militare del 16 agosto 1959 che S.E. il Generale Cassino che ebbe a commemorarlo al Circolo Lucano di Roma il 21 maggio 1959, narrano di Lui una quantità di episodi significativi. Per la fierezza del suo carattere fu denunziato e condannato a molti anni di carcere e trasferito poi da un campo di concentramento all’altro fino all’infernale campo 171, oltre Gazan, dislocato nella trementa Taiga, dal quale, come tutti sapevano, si passava direttamente al cimitero. Ma anche in questo campo egli diede rinnovata prova del suo valore.
In occasione di una ingiusta punizione inflitta dagli ufficiali sovietici al tenente Italo Stagno, il Col. Russo protestò energicamente e ripetutamente per tutti garantendo, sulla sua parola di onore, sia verbalmente che per iscritto, la assoluta innocenza del Tenente Stagno ma il comandante sovietico altezzosamente apostrafò il Colonnello Russo dichiarando che la parola d’onore degli italiani non aveva per lui alcun valore. Il Colonnello Russo, offeso ed esasperato, appese la giubba e a petto nudo si portò al reticolato al quale nessuno poteva avvicinarsi senza restare ucciso. La sentinella gli punto contro il mitra ma il Colonnello Russo non si mosse e, aspettando la scarica mortale, altero e sprezzante gli gridò spara! Furono momenti tragici per tutti nel silenzio greve del campo, avendo il Colonnello Russo rifiutato l’invito a ritirarsi. Fortunatamente altri ufficiali, correndo lo stesso rischio di essere mitragliati, gli andarono vicino ed a viva forza lo allontanarono. Il Colonnello Russo venne ancora una volta e più gravemente delle altre punito ma tutti gli ufficiali, compresi quelli delle altre Nazioni, iniziarono lo sciopero della fame fino a che la punizione al Tenente Stagno ed a lui non venne revocata.
Nei primi tempi in cui il Colonnello Russo si trovava al fronte russo, venne ucciso il soldato De Dominicis, che per la sua bontà e per la sua attività, era amato da tutti. Egli dispose che i funerali fossero fatti in piena regola benché il nemico, fermo a poca distanza, potesse controllare tutti i movimenti. Non ci fu verso di persuaderlo: la salma di De Dominicis venne posta su di una barella e, preceduta dal cappellano e da tutti gli ufficiali e soldati liberi, si avviò verso il piccolo cimitero da campo sotto gli occhi dei russi i quali ebbero rispetto del Caduto e non fecero fuoco. Improvvisamente, mentre il corteo si snodava, da alcune casette lontane uscirono numerose donne che si accodarono al corteo e, pregando ad alta voce, accompagnarono il nostro Caduto. Fu ancora una volta un episodio significativo che parlava della gentilezza e della solidarietà umana della gente umile.
Un altro giorno Russo chiede al Capitano Donati perchè si sparasse contro il campanile della Chiesa esistente nel territorio nemico. Egli fece sospendere il tiro ma l’ufficiale che l’aveva ordinato gli disse che dietro la chiesa erano nascosti dei carri armati ed il campanile era un osservatorio nemico. Le chiese erano sconsacrate e l’ufficiale lo fece notare ma Russo disse: «Non importa! Mi sembra di veder bom bardare la Chiesa di Rionero, il mio paese, ove morto o vivo voglio ritornare».
Molti altri episodi di gentilezza e di umana sensibilità raccontano quelli che furono con lui: un giorno lo stesso Donati gli chiese di denunziare al Tribunale Militare un soldato che aveva alzato le mani contro un graduato. Ne poteva venire fuori la fucilazione anche perchè il colpevole era già stato condannato per lesioni alla sorella. Il Colonnello Russo non volle denunziarlo e disse: «Vedrai che ne faremo un buon soldato!». Lo chiamò a se e gli parlò come sapeva parlare solo lui e da quel giorno il soldato indisciplinato divenne un eroe sempre pronto nei punti più pericolosi, sempre pronto a pagare di persona.
I militari tedeschi di artiglieria che combattevano con lui usavano una certa baldanza. Un giorno cominciò contro il gruppo un tiro di mortai ed il Colonnello Russo disse ai suoi uomini: ragazzi andate a ripararvi. All’invito dei suoi figliuoli, come egli li chamava, di andare a ripararsi anche lui, rispose che li avrebbe subito accontentati ma restò in piedi per seguire l’evolversi dell’operazione nemica. In quell’occasione uno degli ufficiali delle 8.8. tedesche, tipo di ardito e pieno di baldanza, parlava con lui ma una granata cadde a pochi passi. L’Ufficiale tedesco ed un suo collega si buttarono repentinamente per terra ma egli restò tranquillamente in piedi e, dopo la scarica delle granate nemiche, vista la mortificazione degli altri, disse scherzando: «volevo buttarmi a terra anch’io ma non l’ho fatto perchè sono piuttosto ” pesante ”!».
Altra volta un soldato, vedendo che il Col. Russo sbadigliava per la fame, gli offerse una patata arrostita sotto la cenere. Saputo che era stata presa da un campo di patate senza il permesso del padrone, non volle accettarla ed ordinò che si dovesse chiedere sempre il permesso ai proprietari.
Nel campo tecnico ed operativo era giudicato uno dei più competenti tanto che il generale tedesco Von Obsfelder spesso lo interpellava perchè, come scrisse al suo comando di Corpo d’Armata, era «un ufficiale di alta classe per perizia, tempestività, precisione ed ardimento».
Per il suo comportamento dignitoso fu uno degli ultimi a lasciare la Russia e ciò avvenne dopo undici anni di dura prigionia alla quale potettero resistere solo il suo fisico atletico ed il suo spirito altissimo. Decorato di Medaglia d’Oro al V.M., promosso generale e poi congedato, mantenne nella vita civile il comportamento dignitoso che lo aveva distinto. Festeggiato ovunque e da tutti, non insuperbì mai ma ebbe solo parole buone ricordando il coraggio dei suoi soldati, le loro sofferenze e la loro abnegazione. Umile e semplice, diventava duro quando sentiva dei giudizi superficiali, avventati ed ingiusti sui combattenti italiani e finiva sempre con l’essere ottimista, come ricorda S.E. il Generale Cassino, ritenendo che con il tempo, ufficiali e soldati avrebbero sentito nuovamente intorno alle bandiere della Patria l’amore e l’orgoglio di tutto il popolo e che, sorpassate le competizioni di parte, tutti avrebbero sentito il bisogno di nutrire un profondo rispetto per le nostre forze Armate e per la Patria.
Quando si spense a Roma, il suo funerale fu un’apoteosi: attorno a lui corsero, da tutte le parti d’Italia, i suoi artiglieri, le Medaglie d’Oro ed i suoi conterranei. La sua città natale, Rionero in Vulture, sempre tanto sensibile alle glorie cittadine, accolse la sua salma con cuore di madre.
Il Generale Russo venne decorato della Medaglia d’Oro al V.M. (B.U. 1954 pag. 1079) con la seguente, significativa motivazione: «Comandante di un gruppo di Artiglieria particolarmente impegnato ed esposto, col l’esempio e l’ascendente personale, fece della propria Unità un forte ed agguerrito strumento di lotta che, anche nel logorio di un lungo, estenuante ripiegamento, conservò, per suo merito e nonostante quotidiane sanguinose- perdite, intatta la coesione disciplinare e la capacità operativa. Catturato e sottoposto, per la fierezza del carattere e l’inflessibile attaccamento al Dovere ed all’Onore Militare, a inenarrabili patimenti e privazioni, per oltre undici anni di prigionia, seppe opporre alle più allettanti lusinghe ed alle più crudeli minacce e sevizie la dirittura del contegno, la cosciente indifferenza al sacrificio della vita, la completa dedizione di tutto se stesso alla Patria lontana ed alle sue istituzioni. Col suo fiero contegno fu, per i compagni di prigionia simbolo delle più elette virtù di uomo e di soldato e, per gli stessi nemici, esempio di incorruttibile rettitudine e di fulgido valore». (Russia 1942-1954).
L’Italia, la Lucania e, particolarmente, Rionero in Vulture Madre di Eroi, possono andare superbi di tale, magnifico Soldato.
Fonte: Testo tratto da Bartolo Gianturco, Medaglie d’Oro al Valor Militare della Basilicata, Potenza, 1972; ristampa a cura dell’ANCR e del Comune di Avigliano, 2024.




